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Le foto
Novembre 2009
Sveglia presto (ma questa non è più una novità), piccola riparazione ad una borsa della moto e via, destinazione Panama City. Saranno 450 km, qui la strada è abbastanza comoda e scorrevole, per lunghi tratti diventa addirittura a doppia corsia per senso di marcia e quindi riesco ad andare abbastanza veloce verso l'obiettivo finale del mio viaggio. Sono molto carico, ci sono quasi, ma a soli 80 km dal traguardo, ecco che salta il freno posteriore; mi avvio pian piano verso il meccanico più vicino e rompo completamente una borsa della moto ed il beauty case che striscia per chilometri sul pneumatico: lo shampoo ed altri prodotti ne usciranno devastati e consumati. Risolto il problema, solo una manciata di chilometri in più e si rompe pure la catena: non ci posso credere, questa è proprio sfiga, fino alla fine! Sono nervosissimo, se prima avevo intenzione di vendere la moto una volta raggiunta la Città di Panama, adesso mi convinco che farò il possibile per togliermela davanti. Mi raccoglierà in strada una famiglia che vive in una specie di baracca sulla carrettera, lascio a loro la moto (con un po' di paura di non ritrovarla più) e con un bus farò una quarantina di chilometri per cercare un pezzo di catena, ma trovo l'unico negozio di moto del paese chiuso; alla fine un chico mi aiuterà smontando un pezzo da una catena di un'altra moto, c'è sempre una soluzione a tutto; pago e di nuovo altri 40 km per tornare indietro. Il tizio che mi aveva raccolto in strada è stato molto gentile, per fortuna ci capisce un po' di moto e mi aiuterà a riparare il tutto; mi offriranno anche la cena con la famiglia, mi fa capire che qualche dollaro di riconoscenza è ben accetto per sdebitarmi, io ricambio e quindi riparto che è ormai sera inoltrata. Mi assicurano che non è pericoloso guidare di notte da queste parti, quindi piano piano mi avvio a percorrere gli ultimi 80 chilometri che completeranno la mia sfida; comincio a sentirmi emozionato e alle 22:24 del 26 novembre eccomi con la mia vecchia Kawasaki sul Puente de las Americas, che oltrepassa il Canale per raggiungere la città. Luci e grattacieli di fronte a me, oggi anche il tempo ha deciso di festeggiare evitandomi la tanta odiata pioggia. Entrato nella capitale subito mi ferma la polizia turistica per un mio controsenso, ma alla fine saranno proprio loro che finiranno con lo scortarmi alla ricerca di un hotel per dormire (e si, questa volta mi concederò un hotel serio, mica le solite bettole), è proprio una grande festa!
Ci ho messo 54 giorni e mezzo da quando sono partito da Città del Messico, mi sono fermato dal meccanico 18 volte e mezzo (l'ultimo lo consideriamo mezzo in quanto non era proprio un meccanico) ed ho percorso circa 7000-8000 chilometri (circa perché come già detto in precedenza il contachilometri non ha mai funzionato). Panama City è il traguardo del mio viaggio, rappresenta la vittoria della mia sfida, ora può succedere qualsiasi cosa, sono pienamente soddisfatto e sento di avercela fatta. Non ci avrei scommesso molto all'inizio, viste le condizioni del mio mezzo. Città di Panama rappresenta un pò il giro di boa: se possiamo dividere il mio viaggio in 4 parti, direi che la prima parte si chiama Messico, la seconda Centro America, la terza Ritorno verso Nord-Ovest e la quarta Cuba.
Dormirò nella zona nuova della città ed il mio hotel si rivelerà più un Motel che altro, con prostitute che entrano ed escono e camere a tariffe orarie. La mattina seguente dedico alla moto il primo lavaggio, se l'è proprio meritata e poi sta talmente zozza che non le offrirebbero un centesimo. Farò un giro nel Casco Viejo della città, molto carino, e subito realizzo e stampo in tipografia un piccolo cartello con scritto "Se Vende" da attaccare sul retro della moto. Poi via alla ricerca di un acquirente. Come al solito le informazioni sono sempre diverse e confuse e mi sbatteranno da un lato all'altro della città, ma a quanto pare non sarà cosa facile: una moto non si vende da un giorno all'altro e poi avendo una targa messicana, l'eventuale compratore dovrebbe pagare onerosissime imposte per l'importazione che abbasserebbero quindi il prezzo del veicolo. E allora mi faccio forza, in serata assisto alla parata per l'anniversario dell'Indipendenza, ceno in un ostello con una coppia di Italiani che ogni anno se ne stanno all'estero per 6 mesi e l'indomani si riparte di nuovo in sella sulla strada del ritorno, ho a disposizione poco più di 20 giorni per arrivare fino a Flores, in Guatemala, dove ritornerà Alba per la seconda parte del suo viaggio. Purtroppo i vari problemi tecnici incontrati lungo il cammino mi hanno rubato un bel po' di giorni di viaggio e quindi dovrò rinunciare alla visita delle isole San Blas, di cui in molti, troppi me ne hanno parlato benissimo. Addirittura inizialmente l'idea era di arrivare fino in Colombia, che pare sia un altro paese spettacolare da visitare, ma il tempo non è mai abbastanza e per percorrere poche centinaia di chilometri bisognerebbe organizzarsi in barca o in aereo, in quanto il Darien Gap (che è quel piccolo istmo di foresta che divide il Panama dalla Colombia) pare sia fin troppo pericoloso e zona di indigeni ma soprattutto trafficanti che ammazzano senza scrupoli: è una delle ultime sfide che ogni avventuriero vorrebbe affrontare, ma bisognerebbe avere un bel paio di palle per attraversarlo a piedi ed io non credo lo farò mai (non per ora almeno).
Alle 7 e mezzo sono fuori dall'Hotel, giro per la città, vado su una collina ad ammirare lo stretto di Panama (non andrò nella zona delle chiuse, in quanto ci ero già stato qualche anno fa quando lavoravo in crociera), sempre in moto vado in una bella e pulita zona chiamata Causeway, nei pressi di Balboa (piena di yacht, ristoranti e locali) e via di nuovo sulla Panamericana.
Sarà il tragitto più lungo in sella mai fatto in vita mia in una sola giornata: 650 km e 12 ore di guida, l'ultimo tratto attraversando le montagne, un lago artificiale, strade sterrate ed un po' di pioggia che non guasta mai. In strada mi scontrerò anche con il primo poliziotto furbo del mio viaggio: posto di blocco proprio in una piccola conca a trabocchetto e beccato per eccesso di velocità. Lo sbirro sostiene che in quel tratto si va a 40, ma io andavo a 90, praticamente un tranello. Sono 50 dollari e 5 punti sulla patente (dice lui), ma io ci credo poco che mi toglieranno i punti da una patente italiana; e ci credo poco anche che non mi faranno passare la frontiera per uscire dal Paese senza pagare la multa, però non me la sento di rischiare. Lui dice che mi può "aiutare" se pago subito 30 dollari (che gentileeeeeeeeeee), io dico di no, lui abbassa a 20 dollari, alla fine gli darò 10 dollari e il poliziotto sarà contento.
Arriverò stanco morto ad Almirante che sono le 7:30 di sera, l'ultima ora guiderò al buio completo. La ruota davanti è quasi forata, ma non ho più voglia di pensarci, quindi trovo subito un parcheggio e mi imbarco sull'ultima lancia che mi porterà a Bocas del Toro (il ferry per imbarcare la moto era già partito da un pezzo). Resterò 3 notti sull'isola, una bella atmosfera hippy, feste in riva al mare, escursioni in barca, bagni e un po' di relax. A Bocas del Toro incontrerò Sebastian, un motociclista argentino che vive in California, partito da Los Angeles con una gran bella moto enduro Suzuki 650, attrezzatissimo e diretto alla Tierra del Fuego per poi finire in Venezuela. Nel suo viaggio visitava gli orfanotrofi dell'America Latina, incontrando e scambiandosi i sorrisi con i bambini. Mi ha raccontato che quasi sempre dormiva a casa di persone che lo ospitavano e che aveva contattato tramite internet durante un anno di preparazione del viaggio (un anno? Proprio come me...); ha anche realizzato un sito internet fatto molto bene e che segue in diretta la sua avventura: www.batimoto.com. Che grande! È un po' che anch'io volevo fare qualcosa del genere e Sebastian mi passerà qualche contatto per organizzarmi una visita agli orfanotrofi e magari dormire con qualche famiglia locale nei posti dove lui è già stato ed io devo ancora andare.
Ritorno sulla terra ferma e partenza verso il Costarica, ma non prima di aver riparato la gomma forata. La frontiera tra i due Paesi dal lato caraibico è a dir poco incredibile, un ponte ad un solo senso di marcia mezzo scassato che per attraversare dovrò attendere almeno un'ora per il passaggio dei vari tir in direzione opposta alla mia.
Arrivo quindi a Puerto Viejo, in riva al mare, e qui alloggerò nell'ostello più bello e pulito di tutto il viaggio: si chiama Pagalù, non è presente nelle guide in quanto è nuovo, però diverse persone incontrate prima me lo avevano consigliato: letti grandi, bagni puliti, struttura nuova, internet gratis e docce calde che finalmente non utilizzano il tanto odiato sistema elettrico per scaldare l'acqua, tanto diffuso in America Latina e molto spesso collegato con delle saldature assurde e del quale io ho sempre un po' di timore (non a caso visto che qualche anno prima in Brasile ho preso la corrente). In ostello conoscerò Amalia, una simpatica signora israeliana di 55 anni, sempre sorridente e di buon spirito positivo, che se ne va in giro da sola per mesi con la sua Lonely Planet.
La costa caraibica del Costarica, come anche quella degli altri stati confinanti, è abitata da gente di colore, molti discendenti da vecchi immigranti giamaicani venuti qui per lavorare nelle piantagioni di banane. La maggior parte parla inglese e fuma marjuana; sembra davvero di stare a Ocho Rios o Montego Bay piuttosto che in Centro America, c'è sempre un buon odore di arrosto (come lo chiamo io) e spesso si incontrano i rasta che prima ancora di salutarti chiedono se vuoi un po' di ganja.